La riscoperta moderna dell’opera di Michelangelo passa anche dalla fotografia, il nuovo medium capace di trascrivere nello spazio bidimensionale della stampa fotografica la complessità dell’opera michelangiolesca.
I tre grandi stabilimenti fotografici dell’Ottocento, Alinari, Brogi e Anderson affrontano questo compito con straordinaria competenza, in un’epoca in cui la fotografia è ancora segnata da sperimentazione e artigianalità.
La circolazione delle immagini fotografiche alimenta gli studi storico-artistici e contribuisce alla costruzione di un vasto immaginario culturale, rintracciabile anche nelle parafrasi poetiche di Gabriele D’Annunzio.
Allo stesso tempo, la rilettura di Michelangelo incide profondamente sulla scultura tra Otto e Novecento. Artisti come Auguste Rodin e Antoine Bourdelle riconobbero nei corpi in torsione di Michelangelo una fonte di intensa energia drammatica, trasformandola in un nuovo linguaggio plastico.
Le opere di Michelangelo, già mito in vita, sono tra i soggetti privilegiati dei Fratelli Alinari fin dagli esordi. Il catalogo Alinari del 1876 esce a distanza di un anno dalle celebrazioni michelangiolesche - organizzate a Firenze per i 400 anni dalla nascita dell'artista - e contiene, oltre al nutrito numero di opere conservate nei musei fiorentini, anche le sculture romane.
Gli Alinari saranno tra i primi a fotografare gli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina, dal 1877. Il grande Giudizio Universale, che misura nella sua lastra originale 92,2 x 76,6 cm, è un negativo al collodio, tra i più antichi all’interno di un eccezionale corpus di 170 lastre extra formato. Già nel 1881, oltre alle vedute di insieme, gli Alinari sono ormai in grado di offrire una rappresentazione fotografica della Sistina di tutto rispetto: con più di 80 soggetti relativi alla Volta e al Giudizio Universale, contribuendo in maniera sostanziale alla diffusione dell'opera su scala internazionale.
In oltre un secolo di ininterrotta attività gli Alinari fotograferanno le opere di Michelangelo a più riprese, rimanendo fedeli a quei valori di «oggettività» che avevano decretato il loro successo anche quando l’arte fotografica aveva ormai preso piena consapevolezza delle proprie capacità espressive.
Mettendo sempre al centro il soggetto, gli Alinari lasciano che sia Michelangelo senza «intermediari» a parlarci.
Nel 1958 la storia dello Stabilimento fiorentino Brogi si lega a quella degli Alinari, che ne acquisiscono oltre 46.000 negativi in vetro.
Tra questi uno straordinario servizio fotografico sulle opere delle Cappelle Medicee eseguito durante la Seconda guerra mondiale, quando le sculture di Michelangelo vennero rimosse dalla collocazione originaria per essere trasportate, nel 1943, fuori Firenze. Si creò allora l’occasione unica di vedere questi capolavori a terra, come era stato possibile, per artisti e accademici, solo poco dopo la definitiva partenza di Michelangelo da Firenze, nel 1534.
Queste fotografie ci avvicinano in modo diverso, più intimo, al lavoro dell’artista. La campagna fotografica Brogi va oltre il fine della documentazione. La visione univoca dell’opera si frantuma in una sorta di campionatura dei vari punti di vista. Su fondo nero e isolate da elementi di contesto, le sculture si moltiplicano in sequenze, invitandoci a una nuova lettura.
Tra Ottocento e Novecento la costruzione del mito di Michelangelo si sostanzia di suggestioni letterarie.
Gabriele d’Annunzio vive circondato da riproduzioni delle opere dell’artista che definisce il «parente», come a sottolineare una connessione spirituale che coltiverà per tutta la vita.
La riproduzione fotografica della Volta della Sistina, la «sovrumana volta», ha un ruolo importante negli allestimenti del Vittoriale e dovette essere utilizzata dal Vate anche come fonte di ispirazione per la scrittura, simbolo e metafora di impresa titanica compiuta in solitudine.
D’Annunzio conosceva la produzione Alinari e Anderson. La grande fotografia Anderson con sviluppo panoramico dell’intero soffitto della Sistina ci offre una suggestione visiva sulla genesi creativa della Laus Vitae, composta alla villa La Capponcina: «Quivi tutta in piedi ardentemente fu scritta la Laus Vitae, mentre su l’altra tavola era disteso il rotolo che recava la raffigurazione della Sistina».
Sulla formazione della cultura figurativa del poeta ebbe un peso rilevante Francesco Paolo Michetti, che lo ritrae sulla spiaggia di Francavilla in un celebre scatto.
Quando gli Alinari realizzano la campagna fotografica a Parigi, pubblicata nel catalogo del 1908, Auguste Rodin ha ormai raggiunto una fama internazionale.
I nudi del «Michelangelo francese», esposti al Musée du Luxembourg, esprimono un nuovo concetto di scultura che, liberata dalle secchezze dell’accademia e dai limiti del naturalismo, è capace di «infondere vita nei corpi».
Nelle scelte di inquadratura operate dagli Alinari il rapporto tra Rodin e Michelangelo sembra venir sottolineato. Nell'Età del bronzo, ad esempio, si sceglie un punto di vista frontale leggermente disassato in modo da dare evidenza alla parte destra del corpo, un punto di vista molto simile a quello adottato per lo Schiavo morente del Louvre.
Le opere di Rodin e Antoine Bourdelle, che accostano i grandi temi michelangioleschi del non-finito e della «compiutezza» del frammento, avranno un’influenza significativa sulla scultura italiana di artisti come Domenico Trentacoste e Libero Andreotti. Saranno Anderson e Brogi a documentare le loro opere.